COME DIO SU TRE CROCI

Faccia chiusa
e lo strascico vedovale
che mi regalava il sole e la chiesa
nei giorni che mancavano al tuo nome

gli occhiali della resa
inforcati sul mutismo
sul Cristo, il bambinello
il fango crollato sul letto

un bacio un vento
una parola sola ancora
cruenta sul ventre cercato come il seno
dal tuo figlio

poi  vera come ai primordi a palmo
a palmo risalisti i mesi
i rosari e i comò di gioielli

su tutto si stenda la materna croce
                                      e bene in vista.

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                                  A Mariuzza
Brucia gli occhi
questo esplodere
l'erosione che a notte
richiama ai sudari

gli altari freddi come balconi
e la tua libertà che aspetta
che aperta ancora trema

Tuo un giorno d’isola pura
Che stringerai ai rosari
– sicura – Nel vestito della domenica
Due labbra serrate, neanche una bestemmia.

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Non di te, mai di te

crocefisso che squadri
noi penosi dietro ai muri
tutti sporchi di pensieri
senza spalle dove appendere
quelle voci, quel colore
di gesso.

Siamo noi adesso
a chiodarci i polsi
alle croci – noi ladroni
con la noia domenicale
che copre la televisione
spegne l’urlo al Golgota

e non vogliamo deposizioni.

LA CONSOLAZIONE DELLA POESIA

Tutto questo rumore umano che ti canto
è il dolore bambino dei giorni nel sorriso
da rivista, col rossetto ora mi parli sicura
dei treni e hai la mano a coprire la luce del
viaggio, dei baci alla fronte nel segreto delle vie.
Io faccio tutto per dirti, per chiamare lo spicchio
di sole sui tuoi occhi e penso sia fisso in te
il bene che si muove per il mondo.

 

Come ti chiudi a tenere il reggiseno nel volo
dell’acqua o sui balconi dove si svolge una
solitudine che non senti ma spaventa,
spaventa chiunque, anche gli altri (ed erano molti)
a buttare il dolore dalle ringhiere, e sporti
anche noi, amore, in questo alveare guardiamo
insieme la partita, ora io sono tornato,
ma forse è più importante la partita, non rimane
altra metafisica, neanche la finzione
della risposta, della domanda:
«ti disturba questa storia?»

«No, aspetto ancora tutto il tempo. E poi dopo, altro tempo, per abbracciarti. Tu rilassati Ti porto qualcosa, qui sul balcone, un’insalata di mare Ma divertiti, guarda la partita, ché ha ripreso a piovere, e c’è un silenzio perfetto, non dobbiamo annaffiare il giardino, si sta bene così oggi, i bambini sono a scuola, dopo magari, più tardi, sarebbe bello fare l’amore».

LA VOCE DI CASSANDRA 

 
Non si riconosce nel buio
stretto della stanza – e anche
il passo, forte, già di donna,
tiene addosso un dolore che
si volta e scompare.
Con gli occhi accesi e la risacca
che dell’acqua riporta il silenzio,
scende, finalmente,
un seno stretto dalla maglia.
 
Che cosa sei? Cosa vuoi dirmi
nel silenzio e nuda?
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Rimani ancora Cassandra
con la fronte tesa al cielo
che muove il mezzo buio
di tua madre.
 
Quando senti, solidale, venire
una luce dalla porta e ti conforti.
Non è il ciglio, né il sole più lontano
a farti donna, ma il giorno rosso
della sera che ti apre il sorriso
e le mani illividite, nere
come un merlo fitto nella neve.
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Ero solo con la morte in questa stanza.
Ero solo con lo Stige, Cassandra, sentivo la guerra
caduta sulla mano, sentivo il sospiro
pronto al terremoto.
 
Sei entrata nuda nel buio, hai alzato
la testa, mi hai chiesto di cantare
di dire condanne per le tue gambe
raccontarne il divenire:
 
Invece restiamo morti, silenziosi
dalle nostre ossa saremo padri a nuove ossa
dal tuo grembo sarà tagliata la verginità della voce.